V. Contingenza

A cosa ho pensato la maggior parte del tempo durante questo vagare?

Me lo sono chiesto spesso, una volta tornata, e con sorpresa ho scoperto che, come viaggiatrice solitaria, in un contesto prolungato che prevedeva solo interlocutori di fortuna, è come se il mio pensare avesse acquistato una maggior coscienza di sé.

Non riuscendo a farlo vagare mentre io stessa ero errabonda, applicavo il mio pensiero costantemente a qualcosa, gli cesellavo minuto per minuto una nuova routine. La maggior parte del tempo lo impegnavo nell’osservazione diretta: volevo registrare tutto quello che incontravo, assorbire con gli occhi, con tutti i sensi e con la mente.

Il pensiero era un commentario mentale istantaneo ad ogni azione che intraprendevo. Nei momenti di riposo, lo applicavo alla lettura o alla programmazione di una nuova tappa di viaggio. O lo dissolvevo nel languore dolce delle ore pomeridiane di siesta; allora qualche fantasma dell’altrove che avevo momentaneamente abbandonato mi riservava la sua flebile apparizione.

Riflessioni e interrogativi erano contingenti, guardavo al presente o al futuro immediato; saggiamente, solo di rado, mi volgevo ai ricordi, evitando inutili balzi nella malinconia.

Sarei una mentirosilla se dicessi di essere riuscita a creare il vuoto nella mente; di avere ricevuto improvvise illuminazioni; di avere raggiunto una profondità di riflessione. No: il mio pensiero ha scoperto di avere un corpo e un’anima, dei desideri, una voce, un temperamento forte e volubile, una voluttà, la capacità di evocare e cancellare episodi, di arrabbiarsi con gli spauracchi di certe paure, di pensare neanche per me, ma per se stesso.


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