Otto Meyer-Amden/Oskar Schlemmer

Una narrativa intima, un sogno dai contorni sfumati; ma anche Modernismo, un sentore di Deco e di classicismo anni Trenta. Nel mezzanino del Kunstmuseum, più di settanta tra dipinti, disegni e acquerelli di piccolo formato, illustrano una ricerca formale che ha come tema la figura umana e le sue possibilità di astrazione…

Cinque figure nello spazio, Romano, 1925


Otto Meyer-Amden
 (Berna 1885-Zurigo1933) ed Oskar Schlemmer (Stoccarda 1888-Baden-Baden 1943), per scelta e per circostanze condussero esistenze diverse, pur coltivando, fino alla morte prematura del primo, una duratura amicizia stimolata da una condivisa concezione dell’operato artistico e da una affinità di ricerca e di espressione. Entrambi mossi dall’interesse per la forma e per la figura nello spazio (nonché per l’umano nella sua essenza spirituale), la loro indagine, non costringibile entro i confini del mero esercizio di composizione, presenta punti di somiglianza e contaminazione.

Questi aspetti emergono in modo naturale grazie alla ricca selezione dei lavori esposti: è in mostra infatti l’intera collezione delle opere appartenenti al Kunstmuseum, integrata, nel caso di Meyer-Amden, da alcuni prestiti pubblici e privati.

Tramite Schlemmer, Meyer-Amden, che tra il 1912 e il 1928 visse in isolamento nella cittadina rurale svizzera da cui formò la seconda metà del proprio cognome, venne a conoscenza del Bauhaus; qui Schlemmer tenne la cattedra di scenografia dal 1923 al 1929, periodo documentato da schizzi per costumi, coreografie, scene. Ma se Schlemmer, abbracciando in parte il mito modernista dell’uomo meccanico, modella la figura umana a somiglianza d’un automa, Meyer-Amden propone un tipo diverso d’astrazione. Le sue influenze spaziano dalla statuaria greca arcaica al rinascimento nordico, all’arte della secessione: i corpi pubescenti dei suoi kuroi emergono come rivelazioni dallo sfumato nei delicati disegni a matita (‘Nudo di ragazzo con gambe incrociate’, 1924). Nella serie di opere unite dalla tematica del ‘collegio’ (molte delle quali portano il sottotitolo di ‘composizione completa’), individuo e collettività non sembrano conciliarsi. ‘Dormitorio’, ‘Vaccinazione’, ‘Braccia alzate’, sono reminescenze d’uno Zéro de conduite: non è il soggetto proposto, ma le forme, il colore, il piccolo formato delle opere a proporre un’esperienza visiva cui relazionarsi emotivamente.

Otto Meyer-Amden , Vaccinazione, 1919

Negli straordinari esterni/interni della serie delle ‘Finestre’ di Schlemmer, eseguiti sulla base di schizzi dal vero, in due momenti dell’estate del 1942, a volte sono figure, a volte le loro ombre a muoversi su palcoscenici metafisici. Il confine tra osservatore ed osservato è soffuso (ma esiste), quasi che lo spettatore, salito sul boccascena, spiasse attraverso uno strappo nel sipario, più con sorpresa che con malizia, un cast in preparazione per la recita. Gli oggetti (una lampadina, i panni stesi, i piatti), entità da trovarobato senza connotati precisi, suggeriscono la quotidianità in una dimensione lontana dal realismo. Schlemmer morì pochi mesi dopo aver completato il ciclo delle ‘Finestre’: tanto acritico quanto suggestivo interpretare queste opere come bozzetti di un osservatore che ha già  lo sguardo distaccato da eventi ed elementi terreni.

(Ottobre 2007)

Otto Meyer-Amden – Oskar Schlemmer
Kunstmuseum, St. Alban-Graben 16, CH-4010 Basilea


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