V. Quale metro?
Pubblicato: luglio 26, 2010 Filed under: SCRITTI: Minute Considerazioni Lascia un commento »Noiose e inutili le disquisizioni attorno a videogiochi e network sociali.
Ciascuno è figlio del suo tempo e, passata la meraviglia e il sospetto che accompagnano (a volte di pari passo) l’arrivo delle novità tecnologiche, ci si dimentica in fretta di com’eravamo. Nuove dinamiche comportamentali ci si modellano addosso come una tuta senza che quasi uno se ne accorga. Ormai anche coloro che ancora ricordano l’età dell’oro in cui si giocava sul marciapiede o si frescheggiava tirando la sedia fuori dall’uscio di casa, hanno passato innumerevoli ore in compagnia del televisore. Ma questa è ormai considerata una ‘normalità’, la televisione è stata assorbita nel nostro vivere, per cui non ci disturba, anzi, riusciamo pure a giustificarci quando cerchiamo di ‘vendere pan per focaccia’.
[esempio: “il televisore è utile perché è un mezzo d’informazione”. Poi taciamo il nostro zapping liberatorio, gli sceneggiati registrati per non perdere la puntata, le incursioni ‘segrete’ nei reality dirante le pause pubblicitarie del dibattito politico (“Non sopporto la reclame”. Trucco imparato dal mio amico inglese: abbassare il volume attutisce non di poco il fastidioso carosello degli spot)].
Invece non siamo così pieni di concessioni nei confronti di videogames e Facebook, autentici spauracchi tacciati di soppiantare il mondo reale con quello virtuale. La parola ‘alienazione’ è, sì, poco simpatica; ma forse non è il caso di preoccuparsi troppo, e di accettare piuttosto di essere parte di un processo in atto, che forse non è poi così dannoso o malvagio.
La domanda è infatti: quale metro? Chi ha stabilito cosa ‘era meglio’ e cosa ‘è peggio’? Chi è nella testa altrui per giudicare l’altro al fine d’inventare un modello di società ‘ideale’ (che io chiamerei piuttosto modello ‘congiuntivo-condizionale’): “Se invece di stare per ore davanti allo schermo uscisse con gli amici, sarebbe più salutare”. Quali garanzie offre un’affermazione tanto generica?
Ai nostri occhi, ‘una volta’ è sempre meglio di ‘oggi’, e chissà il futuro cosa ci riserva.
Sia forse questo un mito da sfatare? Chi ci impedisce di ritirarci in una baita ad allevare mucche, cucinando allegramente zuppa d’ortiche mentre gli amici del cuore suonano la chitarra attorno al falò?
Se prediligiamo altri modelli di comportamento, la colpa non è certo delle cose che ci tentano. Se sentiamo l’urgenza di condannare, di vedere dove sta il ‘male’, allora si deve saper riconoscere un difetto della nostra volontà – ma, ancora una volta, di questo processo siamo noi gli unici giudici e imputati. Spetta a me decidere quanto Facebook sia reale (d’altronde esite), quanto sia utile o dannoso. Come la televisione. Perché è così difficile ammettere che, nostro malgrado, possa essere un miglior mezzo di svago che d’informazione?
D’altronde ogni nostra azione rappresenta un rischio: se non guardi la televisione potresti essere ‘non-informato’; se non sei su Facebook, potresti essere ‘fuori dal giro’; se guardi troppa TV o stai troppo al computer, sei uno zombie. Ma quante volte un bel film sul divano di casa ci ha fatto sentire più realizzati di un’uscita di gruppo? Lo scambio con i consmili può a volte lasciarci un retrogusto più amaro di delusione e vacuità rispetto a una televendita di pentole da cucina.
Non è mia intenzione fare l’apologia d’alcuno stile di vita; voglio solo ricordarmi che ‘vivere’ è reagire individualmente, non collettivamente, agli stimoli. E che non sono un vegetale.