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The First Exhibition of the Art/Value/Currency Collection:

a transatlantic project by Isobel Shirley

Sunday 1 November 2009

4-9 pm

The Pigeon Wing

Top Floor, Guild House

Rollins Street

London, SE15 1EP

Bianchi

E ci risiamo con atterraggi e decolli improbabili. C’è poco da scoprire: è il sunto dell’ultima settimana.

[Nell’ultima settimana ho sfuggito la vita ‘di sempre’ ed assaggiato il pane quotidiano degli altri. È stato molto bello.

Nella quiete di fine estate in cui anche la pioggia, per quanto potente o assidua, ci rassicura sull’alternarsi delle stagioni facendo profumare asfalti, sabbia, e gli infissi delle finestre contro cui si accanisce, ho amato stare in famiglia, la mia e quella altrui.
Amici sono divenuti 'cari' e una rilassata e confortevole intimità ha avvolto lo scambio coi familiari. Ho spartito un poco di tempo con donne d’eccezione, ripristinando la fiducia nei rapporti umani semplici e spontanei.

In questa settimana c’è stato molto bianco; variegato, sfumato, impastato, contaminato da altre tinte.

La pietra rosata del Battistero. Giorgio Morandi. Il cielo attraversato da banchi di nubi tortora. La sabbia prima del temporale. La trasparenza gelatinosa delle meduse. Pagine di giornale.

La mie memorie si sovrappongono distillando bianchi dai colori delle cose].

Il sonno della notte prima del rientro mi sorprende sempre con la segreta consapevolezza del ‘ritorno’: vi appaiono volti familiari, spesso quelli che nel viaggio ho voluto almeno momentaneamente mettere da parte. E poi il ‘riassunto’, il sonno della notte dopo l’arrivo.

Prendiamo aerei, visitiamo case, contempliamo la linea dell’orizzonte sul mare. Solo che adesso, al posto del terreno, c’è la distesa di biancore delle nuvole. Sono abbastanza solide per camminarvi sopra, e, opzione ambigua e affascinante, luccicano: è il caso di dirlo, splendido.

Passeggio tranquilla, e se voglio far presto, mi alzo in volo per brevi tratti. Ormai mi sono trasferita, del tutto equipaggiata per abitare quassù.

Nero di seppia

Ormai da varie notti sono abbonata al bianco e nero.

Mi aggiro in spazi fatti d’un buio così solido e lucente che pare appoggiato sulle mie spalle come una lastra che si muove assieme a me. Questo strano costume di scena non mi consente di girare la testa. Mare che si staglia in verticale, appoggiato alla mia schiena come uno zaino da globetrotter, m’impedisce ogni tipo di retrovisione. Davanti a me, la vita intanto si svolge in misteriosi loculi di luci soffuse dove la gente pare in attesa di danze; luoghi a metà tra un campo nomadi e i tendoni  delle feste di capodanno in periferia. Non conosco nessuno, ma avverto la latente presenza di familiari. Non è motivo di troppa angoscia questa situazione, è un fait établi, dato di fatto, come se questa fosse sempre stata la normalità.

Mi aggiro, cerco, non so bene cosa. In un casone-bunker illuminato di luce elettrica gialla e forte, mi ritrovo partecipe d’un enorme banchetto. Ma non mi siedo al tavolo, devo fare qualcosa prima dell’arrivo degli ospiti d’onore (qualcuno ha detto che ci sarà anche il primo ministro). Devo assolutamente pulire gli scarponi dal fango, per cui mi sposto nell’attiguo tinello, lasciando ovunque vergognose pedate. Lo sconforto mi assale: nel tentativo di migliorare sto facendo ancora più pasticci.
Mia madre mi attende in una stanza di servizio. Parliamo, non so se mi stia rimproverando o dando un consiglio. La sua sagoma nella penombra è grigia, come il paesaggio urbano che d’improvviso mi si apre davanti.

Una larga strada dalle molte corsie, un tunnel di cemento entra nel ventre della terra. Scorgo in lontananza una ragazza che sta per andare sposa. È in bicicletta, snella ed agile, vestita di bianco e nero come se avesse appena staccato il turno in pizzeria. I capelli rossi che ben conosco, occhi gelidi e verdi che mi inchiodano al suo passaggio. Di lei so anche che è felice per l’arrivo d’una notizia – per me è chiaro che ha fissato il giorno delle nozze (non è incinta, non pedalerebbe, sennò, così veloce e disinvolta).

Un fiotto d’amara invidia m’invade, mio malgrado, il cuore: non solo ella m’ha ‘sottratto l’osso’, ma possiede anche quella potenza e chiarezza che da due notti vado cercando, annaspando inutilmente in firmamenti tutti d’inchiostro.

in 20×20 magazine Issue Two 


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False partenze

Ho almeno quattro biglietti stampati sullo stesso foglio di carta: presumibilmente, due andata e due ritorno. Ma il ritorno non è chiaro. Neppure la partenza, a dire il vero: continuo a confondermi tra Londra-Heathrow e Londra-Gatwick, ma mentre il tassista mi guida…

… il tassista è uno sconosciuto, ma è anche così familiare: mi sento a mio agio con lui, è un melange di uomini del mio passato, un condensato ben lungi dall’ideale, a cui voglio una sorta di bene. Prima che si mettesse al volante, eravamo assieme in una qualche stanza. Sono certa di averlo abbracciato con un intensità maggiore rispetto a quella che si dedica a un amico, e castigata come quella riservata a un amante che le circostanze ci hanno sottratto…

… ma mentre il tassista mi guida, i luoghi sono palesemente di una Firenze di periferia. Stradoni che ‘escono’, costeggiando pezze ibride di terreno, non più campi o paludi e non ancora isolati; case che sembrano bunker, fabbriche che sembrano case, e tutti sembrano esser capitati là per caso. Naturalmente, ora è giorno, ora è notte, perché questo pallido scenario di strade mi ha accompagnato col buio e con la luce, facendomi sempre pensare all’altrove. Non c’è panorama migliore, infatti, per la rotta verso l’aeroporto: la mente si lascia andare circondata da ordinari paesaggi, e così inizia a proiettarsi nelle aspettative del viaggio col quale ci staccheremo fisicamente da un suolo per atterrare su un altro.

Ricontrollo i biglietti: da un foglio stampato, ho adesso in mano quattro biglietti del treno. Ma qui dico alla fantasia di non menarmi per il naso, lo so benissimo che sto per prendere un aereo. Così ordino al mio tassista-amico di proseguire. Siamo scesi dal salotto della casa in cui sono cresciuta. Era l’alba. Non ho bagaglio.

In macchina, parliamo senza sforzo perché abbiamo argomenti comuni. Ora siamo sulla strada giusta, riconosco le vie fogliose di Brompton che ci incanalano sulla M4 verso Heathrow. Ma ecco il momento dell’inquietudine in cui le false partenze iniziano a moltiplicarsi e i ritardi ad accumularsi.

Fin’ora ho retto bene ai trabocchetti della percezione: non sgomenta davanti all’anomala intermittenza di notte e giorno, compiacente all’alternarsi incongruo dei luoghi, benevola – in nome delle ore liete passate assieme, di cui non mi ricordo affatto, ma che accetto come postulati – verso colui che mi scarrozza.

Ma adesso soccombo agli inganni della coscienza, e in più mi smarrisco, è colpa mia.

Non ho stampato la carta d’imbarco, un vero problema, verrò multata per questo (e qui subentra un’informazione del tutto accurata: quaranta sterline). Allora chiedo al fido autista la cortesia di fermarsi a un punto internet dove possa al più presto colmare questa lacuna. Lo chiedo timidamente, temo che si arrabbi, e sento di dover aggiungere ‘tanto abbiamo tempo’. Mentre cerchiamo, ho un lampo di genio: andiamo là dove ero solita fotocopiare le dispense (prima dell’era internet, ma so per certo che adesso si saranno aggiornati); e mentre lo penso, la copisteria-punto internet si materializza davanti ai nostri occhi.

Parcheggiamo troppo lontano. Mi lamento, perdiamo del tempo. Camminiamo, ed ogni isolato non è mai quello giusto, camminiamo più in fretta, intanto continua a fare buio e a tornare giorno. Il dubbio Heathrow-Gatwick mi assale nuovamente, e ancora consulto il biuglietto: è Heathrow.

E calcolo quanto tempo ho per passare il controllo passaporti. Il volo è alle 8.25. Siamo seduti al computer mentre faccio questa constatazione, ultimo attimo di tregua prima del panico totale. Siamo partiti all’alba, e l’intermittenza giorno-notte mi fa pensare che sia adesso pomeriggio. Abbiamo quindi molte ore, e mi armo per la prossima, preannunciata, battaglia: la connessione internet che sparisce, il mouse che si ostina a cliccare icone sbagliate, la stampante che continua ad emettere biglietti anziché carte d’imbarco…

Ma è proprio il mio autista, che ho finora comandato con eleganza e discrezione, a darmi il colpo finale: c’è un motivo per cui siamo partiti all’alba, il volo era alle 8.25 del mattino, ed è partito senza di me.

A questo punto mi sveglio, cos’altro fare? Le quaranta sterline e l’orario del volo, due dati completamente razionali e verificabili, hanno posto fine alla corsa contro il tempo e alla staffetta onirica delle false partenze.