Filone di pane o millefoglie?

Tutto è una questione di gusto e per quanto le circostanze lo rendano possibile, si cerca di scegliere giorno per giorno in base al principio estetico che ci portiamo dentro. Anche quando la vita pare esserci ostile, permettendoci solo di coniugare congiuntivi e condizionali, abbiamo ancora la libertà di decidere ipoteticamente: che cosa, <se>, <sarebbe> di nostro gradimento. Ma un problema diverso è scegliere tra due cose che ci piacciono, magari tanto, e per motivi del tutto diversi: situazione che rende difficile il confronto e le valutazioni di pro e contro.

Qualche giorno fa, ragionando del più e del meno, ecco presentarsi il seguente dilemma.

… [Preambolo: abolita l’isola deserta, sulla quale, in piena concordia con Jodorowsky, non porterei un libro bensì un computer con internet (per quale motivo creare obsoleti scenari idilliaci di rimozione forzata dal mondo, il distacco deve essere dentro di noi e non fuori… ma questo è un altro binario)] …

Se dovessi risparmiare un libro/autore da uno scongiurabile incendio delle biblioteca di casa, quale nome/titolo sceglierei?

Dostoevskij, dico io, il mio interlocutore, Nabokov.

Entrambi amiamo molto sia l’uno che l’altro; al contrario di Nabokov, il quale, amando troppo il suo modo di fare letteratura, di conseguenza non amava Dostoevskij (concordiamo nel sollevare dubbi sulle sue motivazioni in proposito: ci sono occasioni in cui bisogna riconoscere la grandezza altrui, indipendentemente dal gusto personale). Sarebbe un esercizio interessante immaginare che cosa Dostoevskij avrebbe potuto pensare di Nabokov.

Comunque, per difendere la mia scelta, riformulo la domanda in termini gastronomici: filone di pane o millefoglie?

Non devo più dare molte spiegazioni: per me senz’altro pane, anche senza sale.

avcflyerbestweb2

AVCpressrelease2

The First Exhibition of the Art/Value/Currency Collection:

a transatlantic project by Isobel Shirley

click here to view the works.

The Pigeon Wing
Top Floor, Guild House
Rollins Street
London, SE15 1EP

Bianchi

E ci risiamo con atterraggi e decolli improbabili. C’è poco da scoprire: è il sunto dell’ultima settimana.

[Nell’ultima settimana ho sfuggito la vita ‘di sempre’ ed assaggiato il pane quotidiano degli altri. È stato molto bello.

Nella quiete di fine estate in cui anche la pioggia, per quanto potente o assidua, ci rassicura sull’alternarsi delle stagioni facendo profumare asfalti, sabbia, e gli infissi delle finestre contro cui si accanisce, ho amato stare in famiglia, la mia e quella altrui.
Amici sono divenuti 'cari' e una rilassata e confortevole intimità ha avvolto lo scambio coi familiari. Ho spartito un poco di tempo con donne d’eccezione, ripristinando la fiducia nei rapporti umani semplici e spontanei.

In questa settimana c’è stato molto bianco; variegato, sfumato, impastato, contaminato da altre tinte.

La pietra rosata del Battistero. Giorgio Morandi. Il cielo attraversato da banchi di nubi tortora. La sabbia prima del temporale. La trasparenza gelatinosa delle meduse. Pagine di giornale.

La mie memorie si sovrappongono distillando bianchi dai colori delle cose].

Il sonno della notte prima del rientro mi sorprende sempre con la segreta consapevolezza del ‘ritorno’: vi appaiono volti familiari, spesso quelli che nel viaggio ho voluto almeno momentaneamente mettere da parte. E poi il ‘riassunto’, il sonno della notte dopo l’arrivo.

Prendiamo aerei, visitiamo case, contempliamo la linea dell’orizzonte sul mare. Solo che adesso, al posto del terreno, c’è la distesa di biancore delle nuvole. Sono abbastanza solide per camminarvi sopra, e, opzione ambigua e affascinante, luccicano: è il caso di dirlo, splendido.

Passeggio tranquilla, e se voglio far presto, mi alzo in volo per brevi tratti. Ormai mi sono trasferita, del tutto equipaggiata per abitare quassù.

Nero di seppia

Ormai da varie notti sono abbonata al bianco e nero.

Mi aggiro in spazi fatti d’un buio così solido e lucente che pare appoggiato sulle mie spalle come una lastra che si muove assieme a me. Questo strano costume di scena non mi consente di girare la testa. Mare che si staglia in verticale, appoggiato alla mia schiena come uno zaino da globetrotter, m’impedisce ogni tipo di retrovisione. Davanti a me, la vita intanto si svolge in misteriosi loculi di luci soffuse dove la gente pare in attesa di danze; luoghi a metà tra un campo nomadi e i tendoni  delle feste di capodanno in periferia. Non conosco nessuno, ma avverto la latente presenza di familiari. Non è motivo di troppa angoscia questa situazione, è un fait établi, dato di fatto, come se questa fosse sempre stata la normalità.

Mi aggiro, cerco, non so bene cosa. In un casone-bunker illuminato di luce elettrica gialla e forte, mi ritrovo partecipe d’un enorme banchetto. Ma non mi siedo al tavolo, devo fare qualcosa prima dell’arrivo degli ospiti d’onore (qualcuno ha detto che ci sarà anche il primo ministro). Devo assolutamente pulire gli scarponi dal fango, per cui mi sposto nell’attiguo tinello, lasciando ovunque vergognose pedate. Lo sconforto mi assale: nel tentativo di migliorare sto facendo ancora più pasticci.
Mia madre mi attende in una stanza di servizio. Parliamo, non so se mi stia rimproverando o dando un consiglio. La sua sagoma nella penombra è grigia, come il paesaggio urbano che d’improvviso mi si apre davanti.

Una larga strada dalle molte corsie, un tunnel di cemento entra nel ventre della terra. Scorgo in lontananza una ragazza che sta per andare sposa. È in bicicletta, snella ed agile, vestita di bianco e nero come se avesse appena staccato il turno in pizzeria. I capelli rossi che ben conosco, occhi gelidi e verdi che mi inchiodano al suo passaggio. Di lei so anche che è felice per l’arrivo d’una notizia – per me è chiaro che ha fissato il giorno delle nozze (non è incinta, non pedalerebbe, sennò, così veloce e disinvolta).

Un fiotto d’amara invidia m’invade, mio malgrado, il cuore: non solo ella m’ha ‘sottratto l’osso’, ma possiede anche quella potenza e chiarezza che da due notti vado cercando, annaspando inutilmente in firmamenti tutti d’inchiostro.

in 20×20 magazine Issue Two 


Pages-2-from-20x20_issue_2_WEB   Page-2-20x20_issue_2_pp_1-37_WEB

Click here to view the whole Issue online